Biografia
JOE COCKER
Da oltre quarant’anni è uno dei protagonisti del mondo della musica. Ha pubblicato 21 album di studio e quattro live. La sua inconfondibile voce soul dalle venature blues è il suo marchio di fabbrica. Ha venduto milioni di dischi e ha messo a segno singoli di enorme successo in tutto il mondo. Ha vinto Grammy, Golden Globe e Oscar. È stato anche insignito dell’Ordine dell’Impero Britannico. Senza alcun dubbio, Joe Cocker non è soltanto un’autentica leggenda, ma uno dei cantanti più amati e di maggior successo degli ultimi quattro decenni. Tuttavia, nonostante i numerosi accoliti e i milioni di dischi venduti, è ancora solidale con chi non è stato fortunato quanto lui, gli outsider e quelli su cui nessuno punterebbe, e si identifica molto in loro. Non sorprende, quindi, che quando gli si chiede un’opinione su programmi come “American Idol” (al quale si è esibito due volte, in Francia e negli USA), Joe non sembri dispiacersi troppo che questi format non esistessero quando era giovane. “Se penso a tutti quelli che perdono a questi show, che scompaiono nel nulla”, riflette, “probabilmente per me sarebbe stato più deludente partecipare a una gara come quella e perdere, invece di fare la gavetta nei pub ed emergere in quel modo”. Difficile a credersi, ma quest’uomo, icona per generazioni di musicisti e appassionati di musica, ancora non riesce a vedersi come un vincitore. Il suo nuovo album, il primo per la Columbia Records, etichetta della Sony Music, si intitola Hard Knocks (“brutti colpi”).
“Probabilmente ho passato più tempo per strada che sui libri”, spiega il 66enne inglese. “Immagino che i fan che mi seguono fin dagli esordi capiranno il titolo”. Nonostante quest’ultimo rimandi a un tema e un’atmosfera difficili, i fan di Cocker, che hanno dovuto aspettare materiale inedito per oltre tre anni, non devono temere una virata verso una musica più dura. Tutt’altro. Hard Knocks è più pop rispetto ai suoi lavori recenti, soprattutto se paragonato all’ultimo. “Con Ethan Jones, che adoro e con cui ho realizzato Hymn For My Soul nel 2007, abbiamo fatto quasi un ‘disco di demo’, senza usare elettronica né effetti speciali”, spiega Joe Cocker.
Le 10 nuove canzoni di Hard Knocks sono state registrate con il produttore Matt Serletic, con il quale Cocker collabora per la prima volta. Il californiano è emerso a metà anni ’90 quando lavorava con la band di rock alternativo Collective Soul. In seguito Serletic ha prodotto dischi per Matchbox Twenty, Rob Thomas, Blessid Union Of Souls e Carlos Santana. “Ho incontrato diversi produttori nel periodo in cui ho conosciuto Matt”, dice Cocker. “Chiacchieravamo nel suo studio. Gli dissi che volevo fare un disco moderno, ma non troppo moderno. So che devo competere con i 25enni, ma non sono mica i Green Day! Tra noi si è creato un feeling e io ho capito che insieme potevamo fare una cosa un po’ diversa”.
Le sedute di registrazione si sono svolte a Los Angeles, agli Emblem Studios dello stesso Serletic, e hanno visto partecipare una schiera di illustri musicisti quali Ray Parker Jr., Tim Pierce e Joel Shearer alla chitarra, Josh Freese, Matt Chamberlain e Dorian Crozier alla batteria, Chris Chaney al basso e Jamie Muhoberac alle tastiere. I brani sono stati mixati da Chris Lord-Alge e masterizzati da Bob Ludwig.
Un altro produttore con cui Cocker ha lavorato è stato nientemeno che Tony Brown, leggenda di Nashville che un tempo suonava il piano per Elvis Presley. “Curiosamente abbiamo lo stesso commercialista”, ride Cocker a proposito di come ha conosciuto il produttore. “È un bel personaggio. A dire il vero abbiamo anche fatto un altro brano, ma non era adatto al tipo di disco che volevo fare”. Il pezzo che invece è finito sul disco è l’unica cover dell’album, il brano delle Dixie Chicks “I Hope” (tratto dall’album Taking The Long Way del 2006). Per un cantante che ha fatto storia valorizzando canzoni di altri con la sua voce straordinaria e uno stile interpretativo unico, la quantità di brani originali di Hard Knocks può sembrare inaspettata anche ai fan più irriducibili e di vecchia data. “Un tempo ero molto criticato per le cover, soprattutto dai più giovani e dalla stampa”, ricorda. “E a metà della produzione tutti dicevano: ‘Beh, Joe, la gente si aspetta un paio di cover’, e a un certo punto si parlava di fare un duetto con Joss Stone. Mi piacerebbe davvero cantare con lei, ma per qualche motivo non abbiamo mai trovato la canzone giusta. Quando però alla fine ho consegnato dieci brani, erano contenti e ho pensato: ‘È una svolta’”.
A differenza di altre band e musicisti che elogiano la loro ultima fatica discografica definendola la migliore che abbiano mai realizzato, Joe Cocker non crede alle storie del “passaggio al livello superiore” e preferisce invece che siano i consumatori a decidere come Hard Knock si posiziona tra gli altri suoi dischi. “È solo il mio 21esimo album in quarantatre e rotti anni. Non è tanto”, riflette. “Aspetterò di ricevere il feedback della gente. Non gliel’ho ancora fatto sentire”. Il cantante dovrà tenersi la curiosità almeno fino a ottobre, quando non soltanto uscirà il disco, ma partirà anche una tournée europea, la prima dal 2007.
Esibirsi dal vivo è ed è sempre stata parte integrante del lavoro di Joe Cocker. Una parte che ama profondamente. Oltre a presentare le canzoni di Hard Knocks per la prima volta dal vivo, sta preparando un’altra piccola sorpresa per i fan. “Ci sono canzoni che hanno avuto molto successo, ma non sono mai state suonate ai concerti”, spiega. “Ovviamente ‘You Can Leave Your Hat On’ e ‘Unchain My Heart’ le facciamo sempre, ma ora voglio fare un piccolo medley a metà concerto che comprenda vecchie canzoni come ‘Simple Things’ e ‘Tonight’”.


